SIMPOSIO D’INIZIO PRIMAVERA
- Martino Falcinelli
- 9 ore fa
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Ed ecco gli Eletti, i Fattori, le anime superiori finalmente insieme, senza più doversi togliere la polvere e la fatica di dosso, le preoccupazioni e il terrore di essere scoperti dai Padroni per qualche nefandezza: ma in fondo anche gli Dei dell’Olimpo non erano perfetti. Eccoli infatti tutti insieme, seduti ad un grande tavolo, dopo un suntuoso banchetto per festeggiare l’inizio della primavera.
Adesso veniva la parte migliore, perché anche nella loro condizione di eccellenza, erano riusciti a riempire i loro stomaci un tempo travagliati dalla fame e dalle rinunce, e a percepire una rassicurante sazietà e un inusuale senso di completamento, forse inconsapevoli della enorme grazia ricevuta. Ma a loro era concesso tutto questo, in fondo erano gli Eletti. Prese la parola il più anziano, forse il più saggio, sicuramente non meno astuto degli altri, che tirando delle lunghissime boccate all’adorato sigaro che non riusciva a spazzare via il profumo del ciclamino e del polline che regnava in quel luogo, fece una inusuale proposta: “perché invece di continuare ad intrattenersi con canti accompagnati dalle cetre, dalle lire e dai cimbali insieme al suono dei crotali di danzatrici scalze, ci dedichiamo ad altre attività più consone al nostro privilegiato status? “ La proposta di per sé catturò subito l’attenzione di quelle superbe menti, che pretendevano però una maggiore chiarezza. “Ciascuno di noi racconterà una storia, ed al termine proporremo un brindisi in onore di quanto appena ascoltato.”

Iniziarono ad uno ad uno, a raccontare storie particolarissime, che avevano molto spesso per oggetto la guerra e tutto ciò che di terribile si porta dietro, ma anche di speranza in quello squallore umano che porta dei simili ad uccidersi per qualcosa che svanirà presto insieme alla morte.
Si procedette per età, ed alla fine tocco all’ultimo arrivato, che aveva ascoltato con attenzione e brindato con amicizia e sincera gioia a quanto aveva appena ascoltato. Iniziò, prendendo spunto da Esopo e raccontando della storia di due topolini di città che si ritrovarono un po’ per caso catapultati in una realtà di campagna a loro completamente estranea. Erano così incapaci ed al limite del ridicolo che inizialmente non furono nemmeno presi sul serio da quel mondo fatto di particolari regole, silenzi pieni di parole e sguardi taciturni che tanto avevano da dire: tutti si aspettavano semplicemente che mollassero e tornassero ai propri agi cittadini, di cui sicuramente erano figli prediletti.
Stranamente i due però si incaponirono e pur continuando a pasticciare e a far danni, iniziarono ad essere guardati con profonda curiosità: sia chiaro, rimanevano sempre sbeffeggiati da tutti, ma forse venivano visti in modo diverso. Qualcuno iniziò pure a guardarli in maniera benevola, si rideva delle infinite stupidaggini che venivano fatte, ma in cuor loro forse si sperava che prima o poi si sarebbero rialzati ed iniziò quell’insano tifo verso le cause perse che inspiegabilmente creano una umana attrazione.
Il tempo intanto passava, e quello che inizialmente era sembrato un ostacolo insuperabile ai due topi si stava in qualche modo, anche se ben distante da un modello di perfezione, piegando alla loro volontà, o forse semplicemente tanta incoscienza finì per aiutarli: quella materia strana che è il proprio destino, iniziava a prendere forma, magari non proprio quella voluta, ma si delineava con sempre maggiore chiarezza.
Vennero le prime vendemmie, le raccolte delle olive, le lavorazioni e le stagioni che si alternavano a volte con garbo a volte in modo violento e apparentemente crudele. I frutti della terra si susseguivano anche abbondantemente e la qualità poi stupiva tutti. Ma come era possibile che questo due riuscissero in qualche modo a portare a casa i raccolti pur non avendo la minima esperienza? Cosa era questo strano prodigio? Come era possibile?
L’ultimo arrivato tra gli Eletti, che si vedeva fin da subito che patteggiava per i due, fosse solo per la bontà d’anima che tutti gli riconoscevano, alla fine sosteneva che con la tenacia e tanta, tanta fortuna, si potesse arrivare a dei risultati insperabili. Alzò il bicchiere, e non senza un po’ d’orgoglio, e con una lacrima di felicità che gli scorreva nel volto, propose un brindisi in loro onore ed in particolare alla topolina per cui si intravedeva che aveva un particolare debole, pur non disprezzando l’altro.
Il brindisi fu più caloroso degli altri, forse questa storia era piaciuta di più, ma c’era qualcosa nell’aria che l’ultimo degli Eletti non riusciva a capire: vedeva gli altri suoi pari sghignazzare e darsi occhiate complici e sorpreso chiese spiegazioni. Si alzò il più anziano e con fare solenne spiegò la faccenda. “Vedi Riccardo, i due già da tempo avevano destato la nostra attenzione, e per quanto inorriditi inizialmente dal loro inesperto e sciocco agire, abbiamo intravisto qualcosa che meritava di essere aiutato. Nella dissolutezza delle loro azioni, si poteva percepire la nascita di un amore verso quella terra a noi tanto cara e familiare e che adesso anche se la vediamo da quassù, ci manca molto. Non potevamo non intervenire, certo a volte in maniera forse poco discreta, come quando accendemmo il Duca Conte, creando molta sorpresa nel vicino, che non si capacitava su come potesse essere accaduto. Che risate che ci siamo fatti”.

“Nei primi mesi occorreva innanzitutto mandare qualcuno a convincerli che visto che le spese erano già state sostenute , tanto valeva fare la prima vendemmia e poi si sarebbe visto. Poi il passo al primo frantoio sarebbe stato facile. E così fu fatto”.
“Ma questo era solo l’inizio. Ci siamo messi d’accordo, prodigandosi in ogni modo, rispolverando amicizie, contatti e parenti, tribolandoli con pietismi e lavorando sui sensi di colpa delle persone vicino a quei due disgraziati: alla fine, in fondo la cosa stava funzionando, certo chiudendo gli occhi su come venivano tenute vigne e oliveti, che procurava a tutti noi gran bruciori di stomaco, ma insomma, visto il materiale di partenza, ci potevano dire soddisfatti. Gli abbiamo mandato anche una simpatica canina a rallegrare gli animi quando percepivamo umori bassi e paura di non farcela”.
L’ultimo degli Eletti rimase stupito della confessione e si domandava perché non gli avessero detto niente, ma prima che lo domandasse, l’anziano suo simile sorridendo gli rispose che era ancora troppo coinvolto e che avrebbe finito per influenzare il loro agire. E continuò dicendo che l’amore, quello vero, deve essere lasciato libero di crescere, di formarsi, di potersi esprimere con il proprio linguaggio e che il duro lavoro di quei due sciagurati in fondo rappresentava l’essenza profonda di quanto stava maturando in loro: la presa di coscienza della bellezza della natura e dell’immenso amore che Dio ha per le sue creature. Vivere tutto questo, avrebbe dato un senso diverso alle loro vite, facendogli apprezzare i doni veri elargiti in abbondanza dal Creatore. La stessa semplice gestualità di stappare una bottiglia, versarla nel bicchiere e goderne il nettare, assume così un sapore antico, che si tramanda ormai da secoli, ma che regala ai due topolini di città la stessa pace interiore, serenità e gioia di chi ha abitato e coltivato nel passato questi luoghi.

Ci fu un altro bel brindisi, e stavolta l’ultimo degli Eletti non era il solo ad essere commosso. Si festeggiavano infatti 10 vendemmie.
E credeteci, anche gli Eletti in fondo al proprio cuore ne erano sorpresi.


